Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2017 alle 12:27

Sequestro Moro, c’è una nuova sconvolgente verità Chi c’era dietro davvero: le carte riscrivono la storia

La verità sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro va riscritta. Da cima a fondo. È questa la conclusione a cui arriva l’ immane lavoro fatto dalla commissione di inchiesta parlamentare presieduta da Beppe Fioroni e che proprio ieri ha presentato la relazione finale in Parlamento: 700mila pagine di documentazione, riassunte in un testo finale che accende i riflettori su diversi aspetti finora non emersi. Primo: il ruolo dell’ Unione sovietica, in particolare di un suo agente, noto ai Servizi italiani.  Secondo: i rapporti con l’ Olp. Terzo: la casa dello Ior dove visse Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Aldo Moro. E ancora: la latitanza di Alessio Casimirri in Nicaragua, il ruolo di ambienti criminali o border-line, l’ azione di Bettino Craxi e di ambienti milanesi nel tentativo di salvare la vita dello statista democristiano.

Sono questi, per sommi i casi, gli «elementi nuovi» emersi nel lavoro della commissione. Novità che, come ha precisato Fioroni, «sono state immediatamente trasmesse alla procura di Roma». Non è detto, quindi, che non ci siano sviluppi imprevisti, come la riapertura dell’ inchiesta.

Intanto la commissione, grazie non solo alle migliaia di audizioni fatte, ma anche alla possibilità di acquisire documenti finora coperti dal segreto, offre una prima verità sui 55 giorni di quel 1978. Diversa da quella finora data per certa. Il primo elemento riguarda la casa dove Valerio Morucci e Adriana Faranda, due dei brigatisti che organizzarono rapimento e sequestro, furono arrestati il 29 maggio 1979.

Finora si era sempre detto che l’ arresto avvenne grazie ai gestori di un concessionario che vendeva auto, da cui Faranda comprò due vetture. Invece ci fu un altro canale, attivato dalla Digos. E aveva a che fare con il proprietario di quella casa. L’ appartamento di via Giulio Cesare, dove furono trovati Morucci e Faranda, era di proprietà di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio, agente dell’ Unione sovietica, uomo del Kgb, ma anche confidente degli 007 italiani. Sarebbe stato lui a «negoziare» con i Servizi italiani l’ arresto dei due brigatisti per salvare la figlia, che infatti ebbe un trattamento piuttosto morbido. Il suo ruolo è accennato in una nota del Sismi che però, misteriosamente, viene tenuta nascosta ai magistrati che allora indagano sulla vicenda.

Altra novità inquietante è che Moro poteva essere salvato. «Una semplice lettura combinata dei documenti programmatici delle Brigate rosse e delle informative che provenivano dal Medio Oriente», si legge nella relazione, «avrebbe consentito di individuare una specifica necessità di tutelare la persona dell’ onorevole Moro». Viene riscritta la dinamica dell’ attentato in via Fani.

C’ è poi il ruolo dello Ior, la cosiddetta Banca Vaticana: era di proprietà dell’ Istituto, infatti, il «complesso» che «ospitò nella seconda metà del 1978 Prospero Gallinari e che era caratterizzato dalla presenza di prelati, società Usa, esponenti tedeschi dell’ autonomia, finanzieri libici e di due persone contigue alle Brigate rosse». Quella casa potrebbe essere stata utilizzata «per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista». Altro elemento che emerge «con chiarezza» è che non c’ è stata una «regia unica» nella vicenda Moro. In conclusione, il rapimento e l’ omicidio dello statista democristiano non sono solo opera di quattro brigatisti, non è un affare solo interno alla sinistra, «ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale».

di Elisa Calessi

Libero

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